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LA VITA ARTISTICA E LA BOTTEGA DI ANTONIAZZO E MARCANTONIO AQUILI

 

Antonio di Benedetto Aquili, detto Antoniazzo Romano, nasce a Roma tra il 1435 e il 1440. Sposa in prime nozze Paolina Vessecchia, figlia e sorella di pittori, dalla cui unione nasceranno sei figli fra cui Marcantonio Aquili che affiancherà il padre nella bottega. Antoniazzo, rimasto vedovo, sposerà in seconde nozze Gerolama Iannangeli, a sua volta ricca vedova. La figlia di Gerolama, Diana, nata dal suo primo matrimonio, sposerà Marcantonio.

Nel 1464 Antoniazzo è sicuramente a Rieti, come attesta la sua prima opera firmata, la Madonna del latte e committente, del Museo Civico di Rieti.

Ampiamente documentati sono gli anni che vanno dal 1470 in poi che vedono Antoniazzo sempre più considerato dalla committenza romana. Nel 1470 è ancora associato alla bottega familiare di rione Colonna, località La Cerasa, fondata dal padre Benedetto Aquili e dove lavora con i fratelli Nardo e Giuliano. Molti sono gli incarichi che lo vedono attivo all’interno della bottega familiare e molte le collaborazioni con artisti di rilievo che arrivano a Roma in quel periodo. Nel 1470 ricopre anche l’importante carica di camerlengo generale della Compagnia del Gonfalone, una confraternita romana di grande prestigio e influenza.  Nel 1476 Antoniazzo realizza un trittico per la cappella di Onorato Caetani d’Aragona a Fondi. Tra il 1475 e il 1476 Antoniazzo e la sua bottega realizzano una serie di Madonne a mezzobusto di grande pregio e raffinatezza. Sempre in questi anni la bottega di Antoniazzo soddisfa l’ampia richiesta di icone mariane di cui realizza numerose copie, la più famosa delle quali è forse la copia della Madonna di Santa Maria del Popolo, una delle quali è conservata nella chiesa di Fonte Colombo.

Antoniazzo Romano (Bottega), Madonna di Santa Maria del Popolo, XV sec. (copia dall’originale del XII sec.)
Il veris. Ritratto. De. La. S. Madonna del popolo. D. Roma. Cavato. Da le stesso originale" [1]

Nel 1478 gli viene conferita la carica di primo console dell’università dei pittori e miniatori di Roma. Al 1480 risale il contratto con cui stipula una società con Melozzo da Forlì per realizzare la decorazione della sala della Biblioteca segreta e della Biblioteca Pontificia a Roma.

In questo periodo Antoniazzo lavora assiduamente per le cosiddette “Case sante”, associazioni religiose femminili simili alle confraternite laiche maschili. Le cosiddette “bizzoche” erano nubili o vedove che vivevano in comunità dedicandosi alla preghiera e alle azioni caritative, sul modello delle terziarie francescane. Per queste committenze femminili Antoniazzo esegue una serie di dipinti raffiguranti tematiche che alludevano a un impegno attivo nella Chiesa, basato sulle opere oltre che sull’ascetismo. Ma la bottega di via della Cerasa aveva una committenza anche internazionale di grande rilievo, come dimostra l’affresco realizzato per il vescovo castigliano Juan Dìaz de Coca in Santa Maria sopra Minerva. Alla fine del secolo troviamo Antoniazzo impegnato in diversi incarichi anche per committenze francesi, come la Congregazione di San Luigi dei Francesi. Antoniazzo venne coinvolto anche per la straordinaria impresa quattrocentesca della Cappella Sistina, incaricato per la decorazione di una delle porte. Nel 1483, Antoniazzo decora tre stanze dell’appartamento papale.

Alla fine del secolo la fama di Antoniazzo è all’apice e ottiene commissioni sempre più prestigiose dalla curia romana.

In particolare è da ricordare l’imponente affresco realizzato per Gentil Virginio Orsini, signore di Bracciano, nel suo castello, che rappresenta la cavalcata di Orsini in un ampio paesaggio, secondo modalità celebrative che ricordano quelle usate da Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Dalla lettera che l’artista invia nel 1490 a Orsini comprendiamo l’importanza della sua bottega.  Antoniazzo, infatti, dichiarandosi pronto ad iniziare i lavori afferma: “...venerò colla mia turba de lavoranti,...”[2] sottolineando la consistenza numerica dei suoi collaboratori, indice esplicito del livello di imprenditorialità assunto dall’artista. I lavori a Bracciano si protrarranno fino al 1495, intramezzati da molti altri impegni, come l’esecuzione degli apparati per feste, sacre rappresentazioni e processioni che avranno, nell’ambito dell’economia della bottega, una funzione determinante. La produzione effimera, costituita sostanzialmente da gonfaloni, stendardi, immagini su carta per le sfilate processionali, scenografie per la rappresentazione dei Misteri della Passione che si svolgeva annualmente al Colosseo, era sostanzialmente affidata alla bottega.

Il maestro e i suoi migliori allievi, fra cui di certo è da annoverare il figlio Marcantonio, impostavano i lavori, fornivano i cartoni preparatori e poi affidavano alla bottega l’esecuzione delle opere di minor conto così da potersi dedicare alla realizzazione di manufatti di maggior prestigio e impegno.

Al 1500 risale l’ultima opera documentata di Antoniazzo, l’Annunciazione e il cardinale Torquemada per l’altare della confraternita dell’Annunziata alla Minerva, in cui è rappresentata la Vergine che consegna la dote a un gruppo di fanciulle.

La Roma del 1500 comincia rapidamente a cambiare con l’arrivo dei giovani protagonisti del Rinascimento Maturo. Leonardo, Michelangelo e Raffaello modificheranno completamente i caratteri stilistici del Quattrocento e trasformeranno anche l’organizzazione del lavoro di bottega. Antoniazzo nel 1505 si trasferisce a Rieti dove trova ancora una committenza legata a valori e gusti tradizionali che gli permettono di continuare a far prosperare la sua bottega. A questo anno risale il contratto di allogazione che stipula con la confraternita di Sant’Antonio da Padova che gli commissiona un gonfalone. Nel contratto si stabilisce come data di consegna del manufatto la festa di Santa Barbara, il 4 dicembre 1505. La quietanza di avvenuto pagamento sarà rilasciata l’anno successivo, il 23 marzo 1506 dal figlio di Antoniazzo, Marcantonio Aquili che, da questo momento in poi prende le redini della bottega paterna.

Ritroviamo Antoniazzo nella sua abitazione romana già nel 1506 e poi nel 1508, anno in cui, ormai gravemente malato, redige il suo testamento che precede di poco la sua morte sopraggiunta il 17 aprile 1508.

 

Antonazzo / Antoniazzo.

In merito alla giusta dicitura del nome di Antoniazzo, oggetto di annoso rovello per Sacchetti Sassetti, troviamo, nei dipinti del 1464 e del 1467 la firma Antonius, ma nei documenti troviamo diverse varianti. L’artista viene prevalentemente chiamato: “Antonatius”, ma troviamo anche Antonatzio, Antonatzius, Antonatio, Antonazo fino a comparire, a partire dal 1485 in poi come Antoniacio o Antoniazo. Vasari lo chiama “ Antoniasso”.

La critica contemporanea lo chiama ormai universalmente Antoniazzo. Anche sull’appellativo “Romano” troviamo diverse diciture: “de Roma, Romano, De Urbe”.

 

Caratteri stilistici

Il Vasari, nelle sue “Vite” del 1550 definisce Antoniazzo: “Antonio detto Antoniasso Romano...de i migliori che fossero allora in Roma[3], sottolineando con queste poche parole come l’artista fosse uno dei pochi scampati all’anonimato che caratterizza la pittura a Roma nel ‘400 determinata soprattutto dalla distruzione di chilometri di affreschi e mosaici voluta dalle committenze dal Cinquecento in poi.

Antoniazzo, uno dei pochi artisti quattrocenteschi di cui ci sono giunti numerosi dipinti, sarà però a lungo trascurato dalla critica moderna perché spazzato via dall’affermarsi del Rinascimento Maturo che imporrà tendenze e artisti straordinari ma estranei alla cultura tardo gotica e quattrocentesca a cui Antoniazzo e la sua bottega, come moltissimi altri valenti autori, appartengono.

L’area di intervento di Antoniazzo e dei suoi seguaci sarà periferico rispetto ai fasti della corte pontificia e sarà invece funzionale al gusto ieratico, devoto e arcaizzante del mondo francescano, delle confraternite religiose e delle comunità femminili.

Quella di Antoniazzo sarà una importante bottega che proseguirà la tradizione familiare degli Aquili, secondo la consuetudine imprenditoriale e artigiana affermatasi nel Medioevo. La sua bottega avrà una intensa attività che gli permetterà di avvalersi di “una turba di lavoranti” e di stringere diverse collaborazioni con molti artisti dell’epoca.

Nel 1459 conosce la pittura di Piero della Francesca che in quegli anni sta lavorando per papa Pio II che gli commissiona gli affreschi del Palazzo Apostolico, in seguito distrutti per essere sostituiti dagli affreschi di Raffaello. Stessa sorte si avrà per gli affreschi realizzati in San Luca. All’influenza che queste opere ebbero su Antoniazzo si deve la Madonna del latte e committente, del Museo Civico di Rieti e tutte le opere di questo periodo.

In questa fase giovanile l’artista appare ancora fortemente legato al gusto tardogotico ma già proiettato verso le novità introdotte da Piero della Francesca, da cui sembra desumere la sicurezza dell’impianto prospettico e soprattutto la resa delle ombre. Antoniazzo si caratterizza subito per una grande capacità di assimilazione dei vari linguaggi stilistici con cui veniva in contatto a Roma.

Così nella Madonna del latte di Rieti è possibile osservare, nel trono, un accurato studio della concavità dello schienale reso attraverso l’uso delle ombre, come anche nelle scanalature della conchiglia del fastigio.

Antoniazzo Romano, Madonna del latte e committente, 1464, Museo Civico di Rieti.

Ma l’eclettismo tipico di Antoniazzo, caratteristico del Quattrocento, ricco di fermenti innovativi, lo porta a non tralasciare le sue ascendenze tardogotiche, del resto presenti anche in Piero della Francesca, e a contaminare le sue opere con influenze molteplici.

A Roma aveva lavorato anche Beato Angelico nella Cappella Niccolina, con la collaborazione di Benozzo Gozzoli attivo a Roma fra il 1453 e il 1459. E proprio alla cosiddetta Madonna della febbre si deve la resa del Bambino che ritroviamo nella Madonna del latte di Rieti. Il Bambino di Benozzo è rappresentato in piedi mentre si protende verso il seno della Madre, tenendo intanto lo sguardo fisso verso l’osservatore.

Beato Angelico, Madonna della febbre, 1454, Città del Vaticano

Ancor più umanizzato appare il Bambino di Antoniazzo. Non è più un puer senex, è un bimbo vivace e tiene con decisione la mano della Madre mentre succhia avidamente il latte. I panneggi che lo cingono lo velano appena così da non celare l’integrità dell’anatomia. Anche nell’aureola del Bambino, Antoniazzo ci appare più moderno dell’Angelico, rappresentando il disco aureo in prospettiva. Elegantissima la resa delle mani della Vergine che rimandano, come la finezza dei broccati, e le dimensioni simboliche del committente, al mondo cortese della pittura tardogotica. Ma nella decorazione di gusto antiquariale del trono è possibile rintracciare il contatto con la scuola padovana che Antoniazzo assimila attraverso la collaborazione con Giovanni Boccati, pittore camerte di cui è documentata la presenza a Padova nel 1448. Antoniazzo incontra Giovanni Boccati mentre è impegnato a realizzare la cappella di Lelio della Valle a Santa Maria in Aracoeli. Anche Boccati era impegnato per dei lavori da eseguire per Lelio della Valle ed era ospite del committente.[4]

Giovanni Boccati, Madonna con Bambino e angeli, 1450, 1460, Perugia

La cappella dipinta da Antoniazzo è andata perduta come quasi tutta l’arte medievale e quattrocentesca a Roma. Non possiamo confrontare le opere di Antoniazzo e quelle di Boccati in questi anni in cui ebbero modo di lavorare contemporaneamente a Roma, dunque non siamo in grado di evidenziare quanto Boccati influenzò Antoniazzo, ma troviamo nella Resurrezione di Marcantonio, conservata a Rieti, il motivo dello scorpione sullo scudo di uno degli armigeri che rimanda allo stesso motivo rappresentato in modo ossessivo da Boccati nella sua Crocefissione. È plausibile pensare che Antoniazzo abbia tratto alcuni spunti da Boccati, pittore già maturo quando lui era ancora un giovane artista, trasferendoli alla bottega e quindi al figlio Marcantonio.

Giovanni Boccati, Crocefissione, 1440, 1445, galleria Nazionale delle Marche

 

Marcantonio Aquili, Resurrezione, 1511, Rieti, Museo Civico

La critica individua nell’opera giovanile di Boccati ascendenze fiamminghe mediate dall’influenza di Domenico Veneziano, artista che avrà una certa influenza su Antoniazzo e di conseguenza sul figlio Marcantonio. Inoltre sia in Boccati che in Marcantonio sono evidenti elementi stilistici che riconducono entrambi all’ambiente cavalleresco tardogotico.

L’incontro con Domenico Ghirlandaio avviene probabilmente nel 1475 quando questi è intento a dipingere la Sala Latina della Biblioteca Vaticana. A questo periodo risalgono alcune delle opere più belle di Antoniazzo, come la famosa Madonna con il bambino e il committente conservata a Houston della quale parla Roberto Longhi definendola: “l’esemplare più solenne” fra le rappresentazioni della Vergine di Antoniazzo. Longhi si spinge fino a paragonare l’opera a quelle di Antonello da Messina e Giovanni Bellini.[5]

 Antoniazzo Romano, Madonna col Bambino e il committente, 1475 – 1476, Houston

Agli inizi del 1480 Antoniazzo stipula una società con Melozzo da Forlì per la decorazione delle quattro sale della Biblioteca pontificia. Le pitture erano contemporaneamente affidate ai fratelli Domenico e David Ghirlandaio, così che Antoniazzo si trova a collaborare con artisti di grande livello. Melozzo era definito all’epoca “pictor papalis” e aveva introdotto a Roma una pittura monumentale e solenne che prelude ai cambiamenti cinquecenteschi del Rinascimento Maturo.

La critica rintraccia influssi melozzeschi nel Sant’Antonio da Padova, conservato a Rieti, e nel San Francesco per Santa Maria Maggiore a Tivoli, oggi in collezione privata americana. I due santi sono resi con sicura monumentalità e potente solennità quasi architettonica a cui si contrappongono i tratti del volto caratterizzati da intenso naturalismo. Probabilmente il cartone di base per le due figure è il medesimo, poi differenziato leggermente nelle pose delle membra e nelle pieghe dell’abito.

Antoniazzo Romano, Sant’Antonio da Padova, 1480-1481, Museo civico di Rieti

 Antoniazzo Romano, San Francesco, 1480 - 1481, Collezione privata

Nel corso degli anni a cavallo fra il 1480 e il 1490 Antoniazzo ebbe modo di incontrare e collaborare con i molti artisti che affluivano a Roma per soddisfare la ricca ed esigente committenza papale e della sua corte. In particolare nella Cappella Sistina erano attivi i migliori artisti fiorentini e umbri con i quali Antoniazzo si relazionò attivamente. Nel 1484 Antoniazzo collaborò con Perugino per la realizzazione di una serie di apparati cerimoniali pontifici. Fra gli artisti che certamente Antoniazzo incontrò è da annoverare anche Andrea del Verrocchio, attivo alla Sistina dal 1481 al 1482, come testimonia la mostra di Firenze in cui fra le opere che hanno segnato la Roma del Quattrocento è esposta anche la Natività di Antoniazzo del 1485-1490.[6]

Antoniazzo Romano, Natività, 1485-1490, Metropolitan Museum, New York

Nel Presepio di New York la critica rintraccia la fusione, operata da Antoniazzo in questa fase della sua produzione artistica, fra la monumentalità delle opere di Melozzo da Forlì e lo studio dei paesaggi verrocchieschi.

Sempre negli anni ottanta Antoniazzo incontrò, oltre a Perugino, anche Pinturicchio. I due artisti erano intenti a lavorare agli affreschi della cappella Sistina a cui anche Antoniazzo prese parte per la realizzazione di vari elementi decorativi.

L’influsso di Pinturicchio fu subito evidente nella Madonna con Bambino fra Santo Stefano e Santa Lucia del 1492, conservata nella cattedrale di Capua dove, nel podio circolare su cui si trova il trono della Vergine, Antoniazzo dipinge “con sottile grafismo su fondo scuro uccelli alati e arpie che s’impostano a lato di girali e anfore che reggono alternativamente targhe con sigle e strumenti musicali.”[7]

Proprio a Roma, nella Cappella di San Girolamo di Santa Maria del Popolo, Pinturicchio nel 1477-1478 aveva per la prima volta usato le decorazioni a grottesche.

Le pitture della Domus Aurea vennero dunque trasposte per la prima volta in una decorazione per un luogo di culto cristiano proprio da Pintoricchio...”[8]

Antoniazzo Romano, Madonna con Bambino, Santo Stefano e Santa Lucia, 1492, Cattedrale di Capua

 

Pintoricchio, Particolare con grottesche, Cappella di San Girolamo, Santa Maria del Popolo, Roma

Nelle Storie della Vera Croce, commissionate dal cardinal Mendoza per l’abside di Santa Croce in Gerusalemme, la critica rintraccia motivi che rimandano a Luca Signorelli, nella resa vigorosa e scattante dei personaggi maschili.

Antoniazzo Romano e aiuti, Storie della vera Croce, 1492, 1495, Santa Croce in Gerusalemme, Roma

 

 Antoniazzo Romano e aiuti, Storie della vera Croce, 1492-1495, Santa Croce in Gerusalemme, Roma (part.)

 


Luca Signorelli, Testamento e morte di Mosè, Cappella Sistina, 1482, Roma (part.)

 

Mentre nei paesaggi si trovano evidenti ascendenze umbre che caratterizzano anche la dolcezza e l’assorta intensità dei volti, in particolare del cardinal Mendoza e della Sant’Elena.

Antoniazzo Romano e aiuti, Storie della vera Croce, 1492-1495, Santa Croce in Gerusalemme, Roma (part.)

A Bracciano, Antoniazzo arriva nel 1490 con la sua “turba de lavoranti” per realizzare l’affresco celebrativo del signore di Bracciano, Gentil Virginio Orsini. Nella cavalcata degli Orsini è possibile rintracciare echi dell’affresco di Benozzo Gozzoli in Palazzo Medici Riccardi a Firenze, ma anche citazioni riferibili al Gotico Internazionale nel paesaggio e nei cavalieri. Anche Benozzo era stato a Roma per affrescare la Cappella dé Cesarini in Santa Maria in Aracoeli e sicuramente la fama del suo affresco di Firenze lo aveva preceduto.

Benozzo Gozzoli, Cavalcata dei Magi, 1459, Palazzo Medici Riccardi, Firenze

 

Antoniazzo Romano, La cavalcata di Gentil Virginio Orisini, 1490, Castello Odescalchi, Bracciano

Nello scorcio prospettico dell’edificio di destra, rappresentato, nell’affresco di Bracciano, in rigida prospettiva a quadro centrale, troviamo  riferimenti espliciti alle architetture dipinte dieci anni prima da Pinturicchio in Santa Maria in Aracoeli.

Pinturicchio, Storie di san Bernardino da Siena, 1484-1486 circa, cappella Bufalini in Santa Maria in Aracoeli

L’ultimo dipinto su tavola documentato di Antoniazzo è l’Annunciazione e il cardinale Torquemada per l’altare della confraternita dell’Annunziata alla Minerva risalente al 1500.

Antoniazzo Romano, Annunciazione con il cardinal Torquemada e fanciulle che ricevono la dote dalla Vergine, 1500, Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, Roma

In quest’opera, pur di qualità formale elevata, si torna ai rapporti proporzionali simbolici tipici della cultura medievale. Probabilmente una richiesta esplicita da parte di una committenza tradizionale che, da una parte aveva garantito la stabilità operativa della bottega di Antoniazzo, dall’altra ne aveva limitato la ricerca espressiva e l’innovazione stilistica. I tempi ormai stanno rapidamente cambiando e Antoniazzo, nel 1505 torna a Rieti dove riceve numerosi incarichi. La sua permanenza sarà breve e l’anno successivo troviamo Marcantonio a guida della bottega.

Manuela Marinelli


 [1] Manuela Marinelli, Piccola guida di Fonte Colombo, Amarganta 2018

[2] Anna Cavallaro, Stefano Petrocchi (a cura di), Antoniazzo Romano Pictor Urbis, Silvana Editoriale, 2013, p. 168, n. 48

[3] Giorgio vasari, Le vite..., Seconda parte, p. 501, 502 e nota, a cura di Luciano Bellosi e Aldo Rossi, Einaudi, 1986

[4] Anna Cavallaro, Stefano Petrocchi (a cura di), Antoniazzo Romano Pictor Urbis, Silvana Editoriale, 2013 pag. 23

[5] Ivi, pag. 26

[6] Francesco Caglioti, Andrea De Marchi, Verrocchio il maestro di Leonardo, 2019, Marsilio, pag. 206

[7] Anna Cavallaro, Stefano Petrocchi (a cura di), Antoniazzo Romano Pictor Urbis, Silvana Editoriale, 2013 pag. 36

[8] Claudia La Malfa, , 2008, Giunti, pag. 13

  


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