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NERONE, COME CAMBIA LA CONCEZIONE DEL POTERE DURANTE IL SUO PRINCIPATO
Dal ''De Clementia'' alla costruzione della ''Domus Aurea''

Saggio di approfondimento per l’Esame di Storia Romana

 

di Vittoria Lattanzi (ex alunna, diplomata nel 2019 ora studentessa di Lettere Classiche all’Università degli Studi di Perugia)

Introduzione: Opportuno partire da un'importante considerazione: la tradizione che le fonti antiche ci restituiscono è piuttosto ingenerosa nei confronti di Nerone: Tacito, Svetonio e Dione Cassio lo dipingono come un invasato, avido di potere, con tratti coincidenti con quelli del tiranno. Anche i cristiani continueranno su questa linea, Nerone era infatti colpevole di essere stato il primo a perseguitare in massa i seguaci di Cristo in quanto tali. Venne definito perciò un Anticristo. Ma la Storiografia moderna, da qualche anno, è indirizzata verso una lettura più critica delle fonti, mai dimenticando un importante fattore: le testimonianze in nostro possesso sono in larga parte redatte da storici di estrazione aristocratica e senatoria, quindi appartenenti a quelle categorie a cui Nerone volle voltare le spalle. La personalità del princeps, venne distorta dalle fonti assumendo anche tratti grotteschi - emblematica l'immagine di Nerone che suona la lira sulle ceneri di Roma - ma dobbiamo ricercare la causa profonda di questi atteggiamento ostile: gli squilibri che il princeps aveva apportato ai rapporti di potere tra Imperatore ed Istituzioni.

PT1. Imperatore e Senato, un equilibrio precario

Per rispondere con precisione alla domanda: ''Chi era Nerone?'' occorre fare un passo indietro, esaminando rapidamente la realtà che l'ha generato. Augusto con il suo principato riesce a ristabilire un equilibrio socio-politico, uno status quo che la Repubblica nelle sue vecchie formule non era più in grado di garantire. Augusto si rese autore di numerose riforme, lo Stato Romano rinacque sotto lo stesso nome, ma con una sostanza profondamente diversa, più razionale e soprattutto in grado di gestire la straordinaria estensione territoriale che Roma aveva raggiunto nell'arco di due secoli. Uno dei capolavori politici del princeps, fu la legalizzazione della sua stessa posizione, ingiustificabile nell'ottica della tradizione Repubblicana (Cesare difatti non vi riuscì). Per fare ciò era necessario stabilire un equilibrio tra la nuova carica e il Senato. Augusto brillò anche in questo, mostrandosi come un uomo assolutamente rispettoso della tradizione e delle istituzioni (almeno formalmente). Tiberio mantenne una linea coerente con quella del suo illustre predecessore, ma nonostante questo emergono le prime debolezze di un sistema che non poteva prescindere dalla personalità del suo creatore. Il senato già con Tiberio rivendica a gran voce l'autonomia decisionale e la propria 'libertas'.  Già ci si rende conto di un fatto importante: la carica di princeps è sia ciò che conferisce stabilità alle istituzioni tradizionali sia ciò che può svuotarle di forza e potere. La tendenza verso l'uno o l'altro aspetto è determinata delle idee e dalle aspirazioni del singolo imperatore. Nonostante ciò si deve tenere presente che il senato è una realtà che percorre tutta la storia di Roma, dalla quale nessun Imperatore può prescindere, sia che agisca favorevolmente verso di esso o verso il popolo. Sarà il successore di Tiberio, Caligola, la prova vivente della duplicità che il potere può assumere, vista la pericolosa svolta autocratica ed assolutistica che il suo principato aveva assunto. Passiamo dunque a Claudio, padre adottivo di Nerone, ricordato dalle fonti come un inetto, dedito a manie erudite, nonostante le importanti realizzazioni in politica estera ed interna. Anch'egli era mosso dal rispetto per il senato, ma questo non lo arrestò  dal compiere una significativa riforma di cui lo Stato aveva bisogno: l'amministrazione centrale venne divisa in 4 uffici e a capo di questi vennero posti dei liberti (il suo venne infatti ricordato come ''il regno dei liberti''). In questo contesto (di cui è stata fatta per ovvie ragioni una rapida e sommaria analisi) Nerone ci appare come un figlio del suo tempo, le sue azioni sono quindi inserite in un contesto di rapporti precari tra Istituzioni tradizionali e il Princeps.

PT2. Nerone e l'ideale di ''Sovrano illuminato''

Tre sono le figure attorno che hanno concretamente in mano il potere durante il cosiddetto: ''Quinquennium felix'': La madre di Nerone, Agrippina che riuscì a far adottare il figlio del suo precedente matrimonio dall'imperatore Claudio. Seneca, precettore del sovrano richiamato dall'esilio a questo proposito proprio dalla madre Agrippina, ed il prefetto del pretorio Afranio Burro. Il novello Imperatore, assume su di sé i poteri del principato nel 54 d.C. all'età di 17 anni. L'opera che è stata scelta per giudarci nell'analisi di questo periodo è il De Clementia (55 d.C. ), in quanto oltre ad essere una straordinaria opera di filosofia politica e morale, ci è anche utile per capire verso quale ideale tenda in un primo momento il principato di Nerone, ed è inoltre da un lato una brillante analisi dei tempi che corrono, una riflessione sui nuovi equilibri del potere che vede nel princeps non più la carica figlia dell'ideologia di Augusto, ma la persona che ha concretamente in mano le sorti dello Stato: Un Monarca investito di questa carica dagli Dei. Infatti Seneca critica tutti quei senatori che si ostinano a voler vedere in questa carica una mera figura di rappresentanza , ritenendo di continuare ad avere in mano il potere. Il nucleo della questione posta da Seneca nella sua opera si coglie nelle seguenti parole: '' [...]Olim enim ita se induit rei publicae Caesar ut seduci alterum non posset sine utriusque pernicie: nam et illi virivus opus est et huic capite[...]'' (1,4,3)  Il modello senecano nell'eleborazione di una giuda etico-politica affonda le sue radici in un genere già codificato nella tradizione ellenistica: Perì basìleias (Sulla regalità) nei quali si offrono ai sovrani consigli di natura politica. Seneca apporta una modifica alla tradizione attribuendo al sovrano ideale una nuova ed imprescindibile caratteristica: la clementia. '' [...] Nam si, quod adhuc colligit, tu animus rei publicae tuae es, illa corpus tuum, vides, ut puto, quam necessaria sit clementia [...]''  (1,5,1).  Si intuisce dunque la forza con la quale, per tutta l'opera, è ribadita la capacità d'azione del sovrano, la quale è naturale, ineluttabile, ma non è nociva solo nel momento in cui essa sia regolata dalla saggezza e dalla clemenza (famoso è il paragone con il regno delle api, il cui re è privo di pungiglione). Si fa netta in questo caso la contrapposizione con il tiranno, che non può che rispondere al male con il male, che uccide con crudeltà e ferocia.  Ancora una volta il paragone è affidato al mondo animale : il tiranno è visto come un serpente che appesta ed avvelena tutto ciò che tocca.  Mentre il principe sapiente agisce allontanando ogni pulsione scegliendo di ''non nocere'', tratto distintivo della 'summa potentia'. Questi in linea di massima i principi ispiratori dei primi anni del regno, ma , se Seneca ha il grande merito di aver percepito con nettezza lo stacco tra il passato Repubblicano e il suo presente, senz'altro sbaglia nel credere che in Nerone si realizzerà l'ideale di Sovrano illuminato che teorizza nella sua opera.  Infatti Seneca, senatore, auspica una costruttiva collaborazione tra il senato e il monarca - come abbiamo già ribadito clemente ed incline a concedere la ''libertas''- che nella realtà doveva essere motivata dalla capacità diplomatica del princeps e da un certo autocontrollo nel non assumere tratti tirannici nonostante il grande potere. L'indole di Nerone non tardò quindi a rivelarsi: il punto di rottura con la politica filosenatoria venne segnata da due eventi, ovvero, da un lato la proposta di una legge tributaria che aboliva tutte le imposte indirette sulle merci che passano per i dieci distretti in cui è diviso l'Impero , quindi una riforma che mirava a dare respiro ai ceti meno abbienti (bocciata dal senato: ripresentata più tardi sotto forma di riforma monetaria) e l'incontro con Poppea.

PT.3 La svolta autocratica (59-60 d.C.)

L'incontro con la nobildonna Poppea, segna dunque uno spartiacque: l'inclinazione del sovrano verso quest'ultima incontrò la decisa opposizione della madre Agrippina, in quanto poneva una problema. Ripudiare Ottavia, figlia dell'imperatore Claudio , significava eliminare un elemento che aveva permesso a Nerone di legittimare la propria posizione -infatti il principato spettava a Britannico, figlio legittimo di Claudio e fatto uccidere nel 55 d.C. - e in più eliminare una vasta cerchia di clientele e garanzie che poteva fornire la famiglia di Ottavia. Conseguenza di queste tensioni interne è la nascita parallela di un sentimento di sdegno nei confronti del sovrano - che ripudia la moglie- la quale diviene simbolo di movimenti di opposizione al Princeps, che in una decina d'anni si amplificano e si concretizzano tra gli aristocratici più tradizionalisti. In questo periodo Nerone si rende protagonista di una vasta riduzione della sua cerchia di consiglieri: nel 59 d.C. Agrippina cade vittima di una congiura di corte da lui ordita, segue l'ordine della morte di Afranio Burro (62 d.C.) e l'allontanamento di Seneca. Tutti i delitti compiuti da Nerone hanno per secoli condizionato giudizio su di lui, ma occorre tenere presente che nel mondo antico la vita umana non ha alcuna importanza davanti al potere, infatti tra i suoi contemporanei questi omicidi non devono aver suscitato un particolare sdegno, inoltre le mani dell'imperatore sono notoriamente grondanti di sangue (si citano ad esempio i numerosi delitti compiuti dal primo imperatore cristiano: Costantino).

Nella sua idea di monarca Nerone guarda ad Oriente, è fortissima l'influenza che ha su di lui la cultura ellenistica.  Come già è stato detto, la base del suo potere è ampiamente popolare: il Princeps era infatti amato dal popolo, mette in atto un'ampia opera politica riformatrice: La famosa riforma monetaria che prevedeva una svalutazione della moneta che offre più potere d'acquisto all'argento, materiale più comunemente utilizzato nelle transizioni commerciali, oltre che una massiccia opera di edificazione e costrizione di edifici pubblici. A questo punto la presa di distanza dal senato è netta, cesura che è segnata anche dall'iconografia ufficiale , se nei primi anni del suo regno Nerone si fa rappresentare in maniera concorde a quelli che erano stati i canoni espressivi della gens Giulio-Claudia (sbarbato, capelli lisci ecc) ora il modello è il generale vittorioso ellenistico (accenno di barba, chioma riccia, torsione del volto ecc). Nerone è infatti il primo Imperatore a riprendere in maniera così aperta i costumi ellenici, eloquente è l'istituzione a Roma di agoni pubblici, sul modello dei giochi Olimpici, i ''Neronia'' (indetti due volte durante il suo principato, nel 60 d.C. e nel 65 d.C. ). Se nella sostanza questi giochi vogliono accogliere una tradizione greca, nella forma il Princeps segue la tradizione già impostata da Cesare e da Augusto, quella di istituire giochi che celebrassero l'anniversario del proprio regno.

PT 4: L'Incendio e la Domus Aurea

«Quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia pervaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala vetustis cladibus adsimulantem.»  (Tacito, Annales, 39.3)

Tacito non solo racconta negli Annales la portata dell'Incendio, ma anche un aneddoto che rese Nerone celebre per i posteri: egli infatti una volta salito sul ''palcoscenico'' del palazzo avrebbe  cantato la caduta di Troia. Questo voce (diffusa probabilmente dai suoi oppositori politici) lo rese inviso anche al popolo. Per molti anni, complice la storiografia avversa, si è ritenuto Nerone responsabile dell'incendio, la cui forza distruttrice venne notevolmente amplificata: infatti occorre ridimensionare l'accaduto, in quanto a Roma, che era per la maggior parte fatta di legno, gli incendi erano molto frequenti ( Augusto infatti istituisce un corpo di 'Vigiles', addetti alla vigilanza notturna e allo spegnimento degli incendi).  Il Princeps la notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C.  si trovava ad Anzio, venuto a conoscenza della situazione si precipitò nell'Urbe, dove Tacito racconta che si prodigò per mettere in sicurezza gli sfollati, aprendo il Campo Marzio, gli Horti Agrippinae , la Porticus Vipsania e i Saepta Iulia, facendo arrivare viveri ed abbassando il prezzo del grano. Tacito afferma che furono provvedimenti atti a riguadagnarsi il favore del popolo dopo aver appreso la portata delle voci diffamanti su di lui. L'incendio si propagò dal Circo Massimo, infuriando per sei giorni fino ad arrivare al Campo Marzio, non venne risparmiata dalle fiamme la Domus Transitoria, residenza che il sovrano aveva fatto edificare per congiungere il Palatino con gli Horti Maecenatis. A seguito di questo evento forti furono le tensioni all'interno della città, i senatori infatti accusavano Nerone di aver dato ordine di appiccare il fuoco per costruire sulle ceneri di Roma la sua Domus, dall'altro lato il popolo, insospettito, guardava il princeps con occhi disillusi. In questo contesto si spiega la scelta di Nerone di cercare, come si definisce comunemente, un 'capro espiatorio'. Questo ruolo sarà svolto dai cristiani, che vengono incolpati per un motivo ben preciso: I Romani , sebbene in un primo momento non avessero condannato formalmente questo culto, nutrivano un certo astio nei confronti dei cristiani: seguaci di un Dio geloso, non partecipavano a banchetti pubblici né tantomeno all'attività militare, insomma, estranei a  quel sincretismo religioso che aveva accompagnato Roma fin dagli albori e che la caratterizzerà fino alla tarda antichità.  Ancora una volta quindi Nerone non fa altro che fare il volere della gente comune. I Cristiani vennero quindi indicati come i colpevoli dell'accaduto e perseguitati (trovarono la morte in quest'occasione i Santi Pietro e Paolo). Dopo l'incendio vengono dati degli incentivi e sono stabilite nuove norme per la costruzione delle abitazioni, inoltre la ricostruzione della città partì dalla Domus Aurea, figlia , secondo le testimonianze, di numerose espropriazioni, per questo invisa ai più. La costruzione partì dal 64 d.C. , si guadagna l'appellativo di 'Aurea' in virtù dello sfarzo delle decorazioni, in oro e in marmi policromi d'importazione. Ma ciò che più stupiva non erano tanto le decorazioni, quanto più l'estensione: 80 ettari complessivi entro i quali si articolavano numerosi giardini, che separavano i vari edifici,  ricchi di animali di ogni sorta, una piscina definita 'grande come un mare', ninfei abbelliti da giochi d'acqua, è inoltre risultato di una geniale opera di ingegneria e architettura (si pensi ad esempio alla famosa 'coenatio rotunda'). Edilizia e potere assoluto sono collegati nell'Antichità tanto quanto nell'età Moderna, la Domus di Nerone non era infatti solo sede della sua residenza privata, ma ospitava anche vari uffici pubblici (vi era gestita l'amministrazione di competenza dell'Imperatore, da Claudio i favoriti a svolgere tali mansioni erano i liberti) , inoltre molte zone erano aperte al pubblico, si pensi a Versailles, questa è difatti una dialettica che si ripresenta nel corso della storia, fino all'ultimo cortile della Reggia del Re Sole - purché con vesti dignitose- tutti potevano entrare. La Domus, nel suo sfarzo e nella sua grandezza vuole essere manifesto del potere del Princeps, un baluardo dell'idea neroniana del potere che fosse sotto gli occhi di tutti e nell'elaborarlo ancora una volta il Sovrano guarda verso la Grecia, ha in mente infatti le corti ellenistiche, palazzi che ospitano sia gli organi di gestione dello stato ( vd corte di Filippo II) sia raffinati intellettuali, o sfarzosi spettacoli. Chiaramente il tutto calato, per quanto possibile, all'interno della complessa realtà Romana, ma l'intenzione di voler attuare una coincidenza Stato-Cultura-Princeps appare chiara ed è manifestata dal palazzo stesso.  Ma nonostante ciò, la Domus Aurea avrà vita breve dopo la morte di Nerone. Infatti il terreno che ospitava il palazzo venne ''restituita al popolo romano''. Anche se non immediatamente, Otone infatti, come racconta Svetonio, proseguirà i lavori , ma verrà aspramente criticato da Vitellio, definendo questa una spesa folle, considerato che questa struttura era invisa al popolo.

Fu Vespasiano ad iniziare l'opera di smantellamento. In circa un decennio la dimora neroniana venne spogliata dei suoi rivestimenti preziosi. L'Imperatore Flavio fece ricoprire di terra gli edifici che collegavano il 'vestibulum' e lo 'stagnum', per innalzare il terreno volo alla costruzione del suo Anfiteatro. Ci furono nel tempo altri lavori di smantellamento e sovrapposizione di nuovi edifici ( Terme di Tito, Terme di Traiano etc). A dimostrazione del fatto che nonostante la grandezza nelle manifestazioni, l'operato di un Princeps sarebbe potuto facilmente essere cancellato da un suo successore, e che ciò che per il popolo romano doveva costituire un saldo punto di riferimento fosse il senato.

 


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